Palazzo Falletti di Barolo occupa l’intero isolato di via delle Orfane e via Corte d’Appello.

Situato nella cosiddetta “zona di comando”, è uno dei palazzi nobiliari cittadini meglio conservato, sede museale è anche sede dell’Opera Pia Barolo, creata per gestire l’ingente eredità di Giulia Falletti di Barolo, dalla marchesa stessa.

Giulia Falletti di Barolo, nata Juliette Colbert (1785-1864), è una singolare figura di benefattrice; giunta a Torino con il marito Carlo Tancredi Falletti di Barolo, mal sopporta la vita di corte e l’atmosfera chiusa della nobiltà piemontese.

Insieme al marito, decurione e poi sindaco della città, dedica la propria vita n alla beneficenza ed alla promozione sociale.

In particolare si impegna per migliorare l’esistenza fisica e spirituale delle donne nelle strutture detentive, una delle quali, il carcere del senato è proprio di fronte al suo palazzo, nei sotterranei della Corte d’ Appello, ospita in condizioni difficili e precarie le numerose donne delinquenti.

La prostituzione ed il furto erano i reati principali commessi dalle donne, di tutte le età, ricordiamo che le bambine così come erano ammesse e preferite al lavoro usurante nelle manifatture torinesi erano spesso avviate alla prostituzione a volte addirittura dai genitori.

Uno degli effetti della crescita della popolazione di Torino nell’Ottocento; soprattutto legata all’arrivo di immigrati da campagne e provincia.

La conseguenza della vita degradata e disagiata nei quartieri periferici, oltre a porre problemi di ordine pubblico e igiene, sollecitava interventi di tipo assistenziale da parte di privati e istituzioni pubbliche.

Inoltre i poveri in città erano numerosi e spesso il dibattito fra chi sosteneva la necessità di un per intervento di istituzioni pubbliche laiche e quanti appoggiavano invece Opere pie e assistenza religiosa era molto vivace.

Dopo il 1850 le opere assistenziali private, religiose (incluse quelle di ebrei e valdesi) e laiche erano circa un centinaio. Nel 1890 una parte di queste venne concentrata e regolamentata nella pubblica Congregazione di carità. I diversi istituti si occupavano di mendicanti, donne «perdute» o «pericolanti», anziani e inabili, bimbi abbandonati, oltre all’istituzione di asili e centri di istruzione minima.

Giulia di Barolo entra nel dibattito a modo proprio; nel 1814 intraprende la propria attività entrando nella Confraternita della Misericordia per servire le minestre e il vestiario ai detenuti. Tra le prime in Italia, solleva il problema dei penitenziari femminili e ottiene nel 1821 di riorganizzare il carcere delle “Forzate”, nel quale trasferisce le detenute delle carceri “Criminale o del Senato” e delle “Torri o Porte Palatine”.

 Introduce nella struttura le suore di San Giuseppe di Chambery e discute il regolamento interno con le detenute. Nel marzo del 1823, apre una casa di lavoro e ricovero per ex carcerate o donne pentite della propria vita: “Il Rifugio”, in via Cottolengo 26, dando così il segnale di un cambio di passo, non solo carità e misericordia ma progetto di recupero e prevenzione.

Inizialmente ospita 60 ragazze disabili povere dai 3 ai 12 anni che vi possono rimanere sino ai 18, se necessario, per ricevere cure mediche adeguate ed essere seguite con attenzione.

Per dare loro più autonomia Giulia prevede anche un percorso di istruzione elementare e di formazione professionale.

Altre opere importanti legate all’Opera Barolo sono tuttora visibili e visitabili, fra queste:

– Istituto delle Suore di Santa Maria Maddalena

– L’Educatorio delle Maddalenine

– Il Laboratorio di San Giuseppe